giovedì 6 giugno 2013

The past

Non so se è normale.
Quando mi piace una canzone la ascolto fino alla nausea. E fino alla nausea significa per ore, con vero godimento dei vicini.
E non sopporto il telefono. Lo lascio squillare, in attesa che quel suono, quel rumore, cessi.
Quando avrò una casa mia - prima o poi accadrà, vero? - niente telefono. A meno che non sia necessario per l'ADSL. Senza quella non credo di poter vivere.
Voglio dire, adesso che con i cellulari non si spende poi molto e nessuno, nonni a parte, chiama più sul fisso, perché averlo? Sarebbe più utile un fax.
Chissà poi come facevano tempo fa. Niente cellulari. Niente gps. Se non volevi essere trovato potevi davvero sparire. E la vita era sicuramente più piena di sorprese. Gente che ti dava buca e non sapevi perché e magari non potevi contattarla per giorni. Chissà come facevano a fissare.
Certo che questa dipendenza dalla tecnologia diventerà, se già non lo è, una malattia.
Questo autunno ero a fare una tranquilla passeggiata dalle parti del Chianti (credo, che ignorante sono in geografia!). E c'era questa donna che raccontava della sua gioventù. E te la immagini in un vestito a fiori lungo appena sopra il ginocchio, stretto in vita, mentre cucina quelle torte con cui arrotondava per stare a studiare da fuori sede. O mentre sale su una macchina senza servosterzo, un treno forse, alla volta di una città del lontano nord, chiavi di una casa di amici in una mano - hanno fatto uno scambio. Arrivano e aperta la porta di questa avventura trovano un americano in quella casa! S'era conservato le chiavi dall'estate prima...cioè, scene del genere chi cavolo le rivede oggi?
Forse nasciamo tutti in un'epoca sbagliata, forse non c'è un'epoca giusta di per sè e dobbiamo solo trovare il nostro spazio in questo mondo che a volte sembra tanto grande, a volte terribilmente soffocante.
Dovrei decisamente uscire.

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