Ed è strano.
Il bianco, la luminosità dell'ambiente.
La presenza in alcune aule di pianoforti, che ogni tanto suonano melodie conosciute.
E bevo la mia acqua corretta con gocce di lampone e guardo fuori da un'enorme finestra un prato verde mentre la professoressa dice qualcosa in una lingua ancora non familiare.
Sembra di essere in un ospedale di cura, un posto in cui vogliono farti sentire tranquillo - va tutto bene.
E mancano i parcheggi per le biciclette.
Scappo dai posti dove faccio lezione; non era così prima.
Mi soffermavo intere giornate in alcune sedi, studiavo là.
In questo momento invece faccio il mio e poi scappo, non troppo convinta dal voler stringere nuovi rapporti, senza voglia di trovare qualcuno con cui cazzeggiare.
Voglio fare tanto, forse troppo.
Ma l'entusiasmo è positivo, no? Sono sempre in tempo a levare qualcosa, a tornare con i piedi per terra e ammettere che sì, otto ore di lezione di fila sono troppe.
Ma per adesso va bene così.
Giornate piene di impegni e cerco di mantenere costanti otto ore di sonno.
Ma il sonno non riesco a controllarlo.
Ed è una nota dolente, lo è da sempre.
Ma adesso riesco ad accettarlo.
A capire che forse non sono io sbagliata, che è possibile avere ritmi diversi da quelli prescritti dalla società.
Anche se questo la società non lo capisce, non lo vuole capire.
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